feb 12

Resilienza per affrontare il futuro

La sua origine è metallurgica. Nelle scienze ingegneristiche, la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a sollecitazioni impulsive e alle forze che gli vengono applicate. Le scienze sociali, a loro volta, si sono appropriate del termine resilienza per indicare la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi, in particolare quelli più traumatici, e di saper riorganizzare la propria vita, a fronte delle difficoltà emergenti. La resilienza è quindi la parola giusta anche per tutti noi.
Le generazioni dal dopo guerra ad oggi, non avevano mai subìto e sperimentato un cambiamento congiunturale e strutturale, come quello che sta attualmente mettendo a dura prova le economie dei paesi, la competitività delle imprese e la vita dei singoli cittadini. Siamo psicologicamente e forse anche tecnicamente impreparati: le crisi del passato, che ciclicamente si sono manifestate negli ultimi decenni, erano di breve durata e deprimevano il PIL al massimo di due punti percentuali. I consumi subivano una battuta d’arresto durante la crisi ma, quando il sentiment tornava sereno e positivo, tendevano subito a riconquistare i livelli precedenti. Dopo la tempesta, il cielo si rischiarava e tutto tornava, più o meno, come prima. Oggi sembra tutto diverso rispetto a ieri e dobbiamo affrontare il futuro con resilienza. Le persone resilienti sono predisposte a riprogettarsi, ad affrontare la sfida, anche se difficile e quasi crudele, predisponendosi al cambiamento.
Ma quale cambiamento e cosa fare? L’ispirazione può essere rafforzata leggendo i risultati di un’interessante ricerca, condotta su un ampio campione di imprese. La ricerca ha esaminato e comparato le loro performance nei tre anni precedenti e successivi alle ultime tre crisi (anni ’80, ’90 e alla fine del 2000). Il 17% delle imprese analizzate non sono sopravvissute alla recessione. Esse sono state acquisite o, più drammaticamente, sono fallite. Per analogia con un sistema paese, ciò significherebbe fare “default” e avviarsi verso un declino inesorabile e drammatico. Questo non può e non deve essere il nostro caso.
Le imprese sopravvissute, nella grande maggioranza (74%), non sono riuscite a ritornare ai livelli di vendite e di profitti del periodo pre-crisi. Solo un piccolo numero di imprese (il 9% per l’esattezza) è riuscita invece a rifiorire, conseguendo dei risultati anche migliori rispetto allo slowdown. Quale sistema paese, questo modello deve essere la nostra aspirazione.
Queste imprese “vincitrici”, rispetto a quanto si potrebbe pensare, non sono quelle che, più o meglio delle altre, sono riuscite a ridurre esclusivamente i costi. Sorprendentemente, chi si è orientato al solo taglio dei costi ha ridotto al 21% la probabilità di riallinearsi ai rivali nel dopo crisi e al 26% la chance di poter divenire un’impresa leader. Quali sono state allora le imprese che hanno saputo superare i downturn che le hanno travolte? Quali strategie hanno adottate? Queste strategie possono valere anche per un sistema paese?
Le imprese che hanno saputo affrontare la crisi  sono quelle che hanno  bilanciato la riduzione dei costi, per sopravvivere nel presente, con la promozione di investimenti per crescere nel futuro.
La soluzione può sembrare intuitiva ma la combinazione di strategie difensive ed offensive ha permesso, con la più alta probabilità (37%), non solo di superare i momenti difficili ma di affrontare competitivamente il dopo recessione.
Le imprese e i sistemi paese, al pari delle persone, tendono a ridurre le pene e a migliorare il benessere. Essi tuttavia si differenziano nel modo in cui conseguono tali risultati: alcuni sono più orientati alla sfida, altri alla sola prevenzione dei danni. In realtà, anche se apparentemente potrebbe sembrare un paradosso irrisolvibile, i paesi, al pari delle imprese, devono saper combinare una severa riduzione dei costi con lo sviluppo di strategie di crescita e d’innovazione. Devono perciò essere capaci di integrare un orientamento difensivo con uno più offensivo.
Nelle imprese di successo, la riduzione dei costi non è stata però lineare o longitudinale ma altamente selettiva: esse hanno ridotto tutti i costi inutili ed investito per migliorare l’efficienza operativa. Solo il 23% di queste imprese ha ridotto esclusivamente il capitale intellettuale. Le imprese che riducono solo il personale infatti, limitano all’11% la probabilità di recupero nel post crisi. Il morale e l’empowerment del personale è risultato più elevato nelle imprese orientate al miglioramento dell’efficienza operativa rispetto a quelle che hanno perseguito il “taglio per il taglio”: questo perché il personale non vede solo a rischio il proprio progetto professionale ma percepisce gli sforzi dell’azienda per sopravvivere, partecipando perciò con entusiasmo al cambiamento.
Queste imprese inoltre sono risultate strategicamente ambidestre perché si sono orientate allo sviluppo di nuovi business, di nuove opportunità e alla rigenerazione di proposizioni di valore per i loro clienti, investendo, meglio e più dei rivali, in R&S e in marketing. Tali imprese rispondono quindi alla sfida della crisi rigenerando tutto il loro business model, intervenendo sulla riprogettazione delle modalità con cui gestire tutte le loro attività.
Per analogia, questo orientamento è quello che deve perentoriamente essere perseguito anche nella riprogettazione di un sistema paese. Per farlo è necessaria molta resilienza. Per un sistema paese, la resilienza sta nella capacità di saper veramente cambiare. Discontinuità e cambiamento esprimono entrambe incertezza. Cambiamento è una parola certamente non popolare, perché è foriera di dubbi, esprime l’interruzione delle cose note e l’allontanamento da situazioni e contesti familiari. Lo stesso genere di sconforto è provocato dall’idea della discontinuità. Per queste ragioni i paesi, come le imprese, a volte sono riluttanti a cambiare. Per farlo è necessario distruggere con coraggio alcune convenzioni. Le convenzioni sono le cose che accettiamo perché appartengono alle abitudini, ai costumi e ai comportamenti che ci sono più familiari. L’abitudine comporta comfort, che a sua volta previene il cambiamento. Identificare convenzioni ed ortodossie rappresenta il primo passo per preparare ogni impresa, ma anche un sistema paese, ad un salto più radicale e a creare una nuova visione con cui progettare il nostro futuro. Per iniziare questo viaggio sono necessarie persone resilienti, capaci di fronteggiare le contrarietà, riorganizzando la propria vita e dando nuovi slanci all’esistenza. Questo comportamento è rintracciabile proprio nel significato etimologico della parola resilienza: essa deriva dal latino resalio, che sottende il gesto di risalire su una barca capovolta dall’impeto dei marosi, senza arrendersi, nonostante le difficoltà che si dovranno fronteggiare.